Senza riforma del fisco, l'Italia non ha futuro - A.Teso


IBL - 31-10-04


Leggendo i molti commenti di questi giorni contro il taglio delle tasse ai redditi alti, mi viene da chiedermi in quale Paese viviamo veramente.

Il Presidente di Confindustria sussurra, gli economisti tacciono.

Vorrei ricordare i quattro punti fondamentali di un'azione di governo che voglia tentare di salvare il Titanic-Europa dall’iceberg ormai sempre più vicino:

(*) almeno 40 ore di lavoro settimanali;
(*) liberalizzazione del mercato del lavoro;
(*) riforma della previdenza verso un sistema a capitalizzazione (mantenendo un impianto
     mutualistico a garanzia esclusiva delle fasce di reddito più basse);
(*) diminuzione delle imposte.

All’Italia serve inoltre una maggiore apertura alla concorrenza in tutti i settori, anche tramite l’eliminazione degli “ordini” di stampo medievale; e, sul versante della politica energetica, è prioritario il ritorno al nucleare, traendo beneficio dagli impianti di ultima generazione.
Ma parliamo di tasse.


E’ ovvio che per poter tagliare le tasse occorre tagliare gli sprechi e i “rami secchi”, e pertanto dannosi, dello Stato. E’ inutile elencarli: ve ne sono a migliaia. Ognuno può trovare esempi vicino a sè. Mi piace solo ricordare, perché sembra una barzelletta, i milioni di euro che ci è costata Bruxelles per regolamentare la curvatura delle banane e le dimensioni dei piselli.

Diciamolo francamente: da Berlusconi ci aspettavamo di più e avevamo sottovalutato le potenza di logoramento delle migliaia di confraternite della spesa statale e del protezionismo. Certamente un’economia europea suicida, una politica del cambio dell’euro terribile, e la rinnovata competitività dei paesi emergenti, hanno creato intralci pesantissimi al liberista Berlusconi .

Ciò nondimeno siamo alla frutta, come si dice. Economicamente e politicamente.

Dal punto di vista economico, se questo governo non tirerà diritto col programma approvato dagli elettori, il declino economico, già iniziato, sarà inevitabile e che l’Italia diventi una nuova Argentina è uno scenario sempre più concreto.
 
Da un paese che ha necessità di sviluppo e che giustamente chiede a tutti di essere imprenditori ed investire, ma poi li tassa all’80%, che cosa ci si può aspettare? Con quali risorse si dovrebbe investire?


Non siete convinti che gli imprenditori siano tassati all’80%? Certo nessuno vi ha mai mostrato i conti. Il reddito di impresa subisce un carico fiscale reale (vedi bilanci) di circa il 60%, spesso anche di più. Quando poi tale reddito viene distribuito all’imprenditore, egli ci paga sopra un altro 18% ; quel che rimane lo spende, versando un’IVA del 20 % (ogni tanto di più, ogni tanto di meno) su tutto quel che compra.

Né possiamo dimenticarci di tutte quelle tasse occulte fatte di bolli, canoni, eccetera (frutto dell’italianissima fantasia dei nostri legislatori: in altri Paesi, semplicemente non esistono).

Vedrete così che al povero ricco resta sì e no un 20-25% del reddito che ha prodotto. E questa sarebbe equità fiscale? Questo sarebbe un fisco capace di stimolare lo sviluppo? Sarebbe una fiscalità che permettere agli imprenditori di investire ed essere competitivi con paesi dove i loro concorrenti pagano la metà? O siamo rimasti ancorati all’idea che il ricco non deve esistere (deja-vù del cattocomunismo anni ’60), seppellendo di fatto una politica liberale a cui pure tutti si richiamano (tranne Rifondazione Comunista e dintorni)?

Dal punto di vista politico, sembra che anche gli alleati di governo sarebbero contenti se Berlusconi togliesse il disturbo. Troppo tecnico, troppo economista, troppo poco politico consociativo, troppo ingombrante. Credono che comunque Berlusconi li sosterrà. Se il premier se ne andasse, le cose tornerebbero come ai tempi della Prima Repubblica: la vecchia politica sapeva mantenere bene tutti i partitini, di governo o minoranza (mai opposizione, solo consociativismo). E la vita sarebbe più facile per il politico professionista e lo sarebbe meno per il cittadino-suddito, specie se imprenditore-produttore.


Di conseguenza, in molti hanno particolarmente apprezzato il Berlusconi che tira diritto col programma e che dice “altrimenti me ne vado”. E sono convinto che lo farebbe davvero.


Se si ritornasse a votare e Berlusconi, circondato da  una squadra eccellente e credibile, spiegasse chiaramente come stanno le cose e perché una politica liberale è vincente, credo che sarebbero in tanti a pentirsi di avergli creato intralci  a bella posta per ragioni squisitamente demagogico-clientelari. Che il capo del governo tiri dritto per la strada, seguendo il percorso indicato dagli elettori. Se gli alleati preferiscono un facile populismo, facciano pure. E’ proprio nei momenti di confusione e difficoltà che serve chiarezza. Penso che ci sia una gran numero di Italiani in grado di capire e sperare che Berlusconi, malgrado i conflitti di interesse ed alcune leggine che sarebbe stato meglio non fare, possa essere il solo a condurci fuori dal medioevo politico.

       Adriano Teso


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