Crisi 2009 Problemi e Soluzioni - A.Teso - 24-11-08


La crisi della finanza e dell’economia dei maggiori Paesi della UE, degli USA e di qualche altro importante Paese era facilmente prevedibile. Un po’ più difficile era indovinare l’anno in cui sarebbe esplosa e la dimensione. Ma che sarebbe accaduto lo si sapeva.
Conosco molte persone ed aziende che la prevedevano e da molto tempo avevano adottato politiche estremamente prudenziali. Provo a riepilogare i fatti con grande sintesi e parole semplici. I tecnici non me ne vogliano. Cerco di raccontare ai non tecnici dei fatti che i tecnici hanno aiutato ad ingarbugliare.

La massa monetaria mondiale, cioè la quantità di soldi emessi dagli Stati, è sempre la stessa. Addirittura si è assistito ad un'immissione di moneta nel sistema, cioè gli Stati hanno "stampato" più soldi da dare alle banche e per le proprie spese. Quindi il problema della crisi finanziaria e della conseguente (in parte) e concomitante (per altre ragioni) crisi economica non appare dovuto ad una mancanza
di liquidità universale
, ma solo di mancanza per una serie di nazioni e di banche, con inevitabili effetti domino.

Cosa è accaduto?:
Alcune grandi banche e gestori di capitali hanno mal gestito e perso capitali propri e dei propri clienti con operazioni fumose e ad alto rischio.
Tali banche e gestori sono quindi rimasti senza soldi (qualcuno per perdite e sono stati prossimi alla chiusura, altri per mancanza di credito) e, quindi, non ce la fanno più a fare il loro mestiere, cioè usare
il risparmio raccolto per finanziare le aziende.
La forte diminuzione della loro liquidità e la conseguente riduzione delle attività di credito generano un effetto domino fra aziende finanziarie e poi si riversa sulle aziende produttive;
Ma se la massa monetaria è sempre la stessa, dove sono andati a finire i soldi che queste banche e gestori non hanno più?
Sono andati a finire nelle mani di chi si è spropositatamente arricchito, in particolare:
a soggetti ed individui che hanno ricevuto alti guadagni con le transazioni finanziarie difficilmente comprensibili e non raramente con depositi in paradisi fiscali;
ai signori del petrolio e del gas;
a chi ha prodotto e venduto di più come, ad esempio, Cina ed altri Paesi che hanno conquistato larghe parti dei mercati mondiali.
Questi soggetti non sentono la crisi, se non marginalmente e di riflesso della nostra e diventano sempre più i veri centri di potere per la finanza e per la gestione dell’economia dei Paesi in crisi.

La crisi economica, cioè consumi e occupazione è, però, causata solo in parte dalla mancanza, per
le aziende produttive, dell’abituale fonte di finanziamento bancario, che normalmente integra l’autofinanziamento, sia per capitale circolante che per investimenti. Ciò causa un effetto domino su investimenti e quindi su occupazione che, a sua volta, crea un effetto sul ciclo consumi, produzioni, quantità prodotte, produttività, competitività dei sistemi produttivi colpiti.
La maggiore causa è però dovuta, per l’Italia, al noto non funzionamento del sistema nazionale
(ore di lavoro, retribuzioni improduttive, attività e burocrazie inutili e dannose, costi di energie e materie prime, giustizia, infrastrutture), che assorbe risorse economiche e finanziarie, non permettendo uno sviluppo simile alle migliori nazioni o, addirittura, facendoci regredire per la perdita di mercati, che ci vengono sottratti da chi è più produttivo.
Per l’Europa, da problemi simili, con burocrazie sovradimensionate e disoccupati professionisti.
Per gli USA, da un eccesso di spesa, in parte permessa da un forte debito estero.

Se le cose stanno così, e credo che una verifica dei macronumeri disponibili non potrà che confermare
e quantificare ciò, appare che in Europa ed in Italia i Governi riescano ad essere poco incisivi per una non cultura della produttività e del mercato (i casi scuola, fannulloni e piloti sono solo tre esempi di ciò).
Sarebbe, però, utile che la liquidità che gli stati vogliono immettere andasse direttamente ai sistemi produttivi mediante detassazione e finanziamenti a medio termine a tasso fisso e non attraverso intermediazioni costose ed opinabili. Che laddove si ritenesse di interesse nazionale salvare aziende o banche, il salvataggio sia rivolto alle aziende stesse e non ai suoi azionisti o amministratori incapaci. Così come un maggior potere d'acquisto delle famiglie lo si deve ottenere mediante una semplice politica fiscale più adeguata ai bassi redditi e per il costo del lavoro, non
con arzigogolate intermediazioni dello Stato e bonus vari.
Anche se si creasse un’inflazione sotto il 4-4,5%, improbabile in un momento di grande deflazione, sarebbe la minore delle difficoltà gestibili.

Servono, però, anche interventi per rendere finalmente competitivo il sistema, con le solite cose mai fatte: orari di lavoro, graduale licenziamento di chi fa lavori non produttivi con contemporaneo ammortizzatore sociale compatibile, lavoro da offrire prima agli italiani, con perdita di assegno in caso di rifiuto, energia nucleare, infrastrutture, flessibilità rapporti di lavoro individuali, divieto di scioperi contro il sistema Italia, giustizia funzionante, diminuzione della pressione fiscale sulle imprese e sul costo del lavoro, produttività di sanità, previdenza a capitalizzazione, abolizione freni alla concorrenza, ordini professionali compresi.

Alcune decisioni possono essere rapide ed efficaci immediatamente. Altre implicano percorsi decisionali politicamente faticosi ma necessari, con risultati nel medio termine. Ma sono indispensabili per avere un futuro. Certamente assisteremo ad un impossessamento a basso prezzo di azioni e beni italiani da parte di soggetti liquidi. Nel migliore dei casi, li riacquisteremo poi a valori elevati, facendo uscire altre valanghe di denaro. E se vorremo mantenere un minimo di vendite all’estero, dovremo lavorare di più ed essere pagati di meno. Il tutto con uno Stato che in fatto di denaro disponibile ha una coperta molto corta e non gli sarà facile coprire tutto. Ma è il suo compito allocare le risorse in modo equilibrato. Economicamente e politicamente.


Adriano Teso



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