Trasporti il costo dello statalismo - A.Teso


IBL - 31-01-07

Lo statalismo e la mancanza di un completo libero mercato nel settore dei trasporti producono risultati palesemente negativi non solo per il settore, ma per tutta l'industria e l'agricoltura italiana, che si vedono notevolmente ridotta la capacità di competere e devono sopportare costi di produzione e gestione degli stock molto più alti.
 
Se esiste un settore nel quale lo statalismo e la negazione quotidiana del mercato stanno producendo gli effetti più palesemente negativi, questo è senza ombra di dubbio quello dei trasporti.

I casi di Alitalia e di Ferrovie dello Stato, le intromissioni del pubblico nell’attività di aziende, la scoperta tardiva di privatizzazione distorte, ma anche le resistenze rispetto a qualsivoglia ipotesi di intervento privato nel finanziamento di infrastrutture, sono tutti anelli di una stessa catena che minaccia di trascinare l’Italia verso il fondo.
 
Con una incidenza di circa il 20% sul Pil, un gap sempre più accentuato rispetto ai livelli di efficienza di altri Paesi, la logistica e quindi il trasporto che della logistica è parte integrante, sono diventati il vero e proprio fattore di competitività del mercato italiano, fornendo energia propulsiva anche a comparti come quello immobiliare che ormai solo sul real estate logistico riescono ad attirare grandi investitori internazionali.
 
Ma, come detto, proprio su questo settore il Governo, e più in generale, l’apparato burocratico dello Stato sta dando il peggio di sé.

La scoperta della voragine finanziaria delle Ferrovie, è grottesca in quanto scoperta; drammatica nei contenuti; folle per il Sistema Paese nell’incapacità di invertire il trend
ed imporre cambiamenti anche traumatici.

A settimane di distanza dal segnale di allarme fatto scattare da uomini che Ferrovie, per altro, conoscono benissimo dall’interno e per il quali il fattore sorpresa risulta difficilmente credibile, il treno, come dovrebbe accadere non si è fermato. E l’allarme si è rivelato strumentale solo all'erogazione di nuovi consistenti fondi di dotazione in legge finanziaria. Fondi drenati all’impresa, alle famiglie e al mercato.
 
Il caso Alitalia, indipendentemente dalle soluzioni e dalle scelte di partner, ha rivelato una volta di più l’unica reale propensione del Sistema Paese: il rinvio nelle scelte strategiche e la conseguente sottovalutazione del fattore tempo quale chiave per garantire forza competitiva al Sistema Paese.

E proprio il fattore tempo è tornato ad essere una variabile indipendente e quindi una mina vagante nella realizzazione delle grandi infrastrutture, sulle quali si sta consumando il rito di disattendere tutti gli impegni assunti in sede internazionale, facendo precipitare a minimi storici la credibilità del Sistema Paese davanti alla comunità degli investitori internazionali.
 
Ma la conferma della dominanza dello statalismo sul mercato e quindi dell’incapacità del Sistema Italia di perdere vecchie e deprecabili abitudini viene in particolare dalla vocazione crescente del pubblico ad entrare a gamba tesa nella vita stessa delle aziende.
 
Il caso Abertis, il contenzioso fra Autostrade e Ministero delle Infrastrutture, forniscono esempi emblematici. Quantomeno di privatizzazioni e contratti di concessione mal fatti e di mancanza di mercato e competizione nel settore. 
 
Non è in discussione il diritto del Governo e quindi di uno Stato di imporre al mercato regole, bensì quello del Governo e di uno Stato di cambiarle a suo piacimento, imponendo al privato (sia esso beneficiario o no di particolari favori spesso erogati da forze politiche non distanti da quelle che oggi si ergono a tutela della presunta eticità del mercato) nuove regole in corsa e quindi la totale rinegoziazione dei loro assetti gestionali e la revisione delle loro performance.
Se poi le società sono quotate, il fallo ai danni del mercato è degno di un calcio di rigore.
 
E purtroppo le conseguenze sulla credibilità e affidabilità del Sistema Italia presso il mercato internazionale degli investitori saranno di lunghissimo periodo.

       Adriano Teso 


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